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Perché gli allevamenti di suini in Italia sono illegali. Il report della Commissione europea

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Perché gli allevamenti di suini in Italia sono illegali. Il report della Commissione europea

 

E’ argomento di questi giorni l’ultimo servizio delle Iene, trasmesso su Italia 1, girato all’interno di un allevamento intensivo di maiali in Italia.

L’inchiesta è nata dalla segnalazione di Free John Doe, un gruppo di attivisti che ripreso la situazione nella struttura dove si possono purtroppo osservare stalle invase da topi che girano indisturbati addosso ai suini, sporcizia, feci e urine nelle mangiatoie, numerose confezioni di antibiotici e medicinali, maiali morenti o feriti anche a causa di episodi di cd cannibalismo.

Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che i maiali sono animali molto socievoli e vivaci. Essi, infatti, in libertà, tendono a vivere in gruppi di natura matriarcale, amano giocare ed esplorare, sono curiosi e possiedono notevoli abilità cognitive che li portano a risolvere problemi e rompicapi geometrici.

Purtroppo però, è chiaro che tali caratteristiche comportamentali non possono essere sviluppate appieno da questi meravigliosi animali all’interno degli allevamenti intensivi.

In tali luoghi, infatti, essi sono spesso sottoposti a forte stress dovuto allo scarso benessere, sovraffollamento, restrizione di spazio, mancanza di materiale che possa consentire un’adeguata attività di esplorazione e manipolazione (es. paglia, fieno, legno, ecc), frustrazione di non poter grufolare.

Pertanto, è possibile che gli stessi sviluppino comportamenti anomali verso i propri simili, come ad esempio la morsicatura della coda la quale può causare gravi forme di ascesso e infezioni negli animali che la subiscono.

Per evitare questo tipo di comportamenti anormali basterebbe davvero poco.

Come rimedio viene infatti consigliato un aumento di spazio per gli animali e comunque un sostanziale miglioramento dell’ambiente d’allevamento. Anche la quantità di paglia messa a disposizione degli animali, sia la sua forma (meglio paglia lunga che tagliata), ha la sua importanza. Altri miglioramenti ambientali quali la fornitura di oggetti di distrazione come catene, bastoncini da masticare e palline possono ridurre il rischio di morsicatura della coda.

Tuttavia, per “risolvere” il problema, in alcuni allevamenti europei invece che apportare tali miglioramenti in modo da diminuire il livello di stress e di noia negli animali, viene effettuato in via “routinaria” il mozzamento di una parte della coda.

Tale pratica però, essendo molto dolorosa per i suini, è espressamente vietata, salvo specifiche eccezioni, dalla normativa europea che fissa gli standard minimi di benessere per questi animali.

In particolare, la Direttiva 2008/120/CE, nell’Allegato I, Cap. I, stabilisce che (enfasi aggiunte): “Né il mozzamento della coda né la riduzione degli incisivi dei lattonzoli devono costituire operazioni di routine, ma devono essere praticati soltanto ove sia comprovata la presenza di ferite ai capezzoli delle scrofe o agli orecchi o alle code di altri suini.”, e ancora:Prima di effettuare tali operazioni si devono adottare misure intese ad evitare le morsicature delle code e altri comportamenti anormali tenendo conto delle condizioni ambientali e della densità degli animali. È pertanto necessario modificare condizioni ambientali o sistemi di gestione inadeguati.”

Il taglio della coda è quindi un’operazione consentita in extremis dalla normativa, solo ove ne venga provata la sua assoluta necessità e dopo aver migliorato le condizioni di benessere.

Fatte queste brevi premesse, è importante notare che l’Italia alleva 8,5 milioni di maiali ogni anno, classificandosi come settimo produttore in Europa.

Nel novembre 2017, un team della DG Health and Food Safety della Commissione europea ha effettuato un audit in Italia al fine di valutare l’adeguatezza e l’efficacia delle misure messe in atto dal nostro Stato per prevenire che i suini si mordano la coda tra di loro e per evitare il taglio della coda.

Il risultato che ne è emerso, purtroppo, è allarmante.

Secondo i dati forniti dalla Commissione europea, infatti, quasi il 98% dei suini presenti in allevamenti made in Italy ha subito il mozzamento di una parte della coda.

I produttori, infatti, sono fermamente convinti che sia impossibile allevare maiali senza ricorrere a tale operazione e il taglio viene praticato sistematicamente ai suinetti appena nati, magari da parte di personale non qualificato, senza l’uso di anestesia, creando un dolore enorme e favorendo possibili infezioni.

Inoltre, malgrado le Raccomandazioni della Commissione europea pubblicate nel 2016 che forniscono delle misure in grado di prevenire e ridurre la necessità di effettuare il taglio della coda, è emerso che non solo non c’è nessuna strategia nazionale per evitare/ridurre tale pratica ma, al momento, non esiste neanche un database nazionale per registrare i tagli alle code dei suini che dovrebbero essere riportati dai veterinari ufficiali addetti ai controlli degli allevamenti.

Tra l’altro, sono stati elargiti dei fondi europei per incentivare e migliorare il welfare dei suini ma lo Stato italiano non li ha utilizzati in alcun modo per risolvere questo specifico problema.

Come detto, secondo la normativa europea, per effettuare, eccezionalmente, il taglio della coda è necessario che i veterinari addetti ai controlli forniscano la prova della necessità di eseguire tale operazione, in modo da esentare l’allevatore dal dover rispettare i requisiti previsti dalla legge proprio per evitare che ciò diventi una pratica routinaria.

Tuttavia, gli esperti della DG, esaminando le dichiarazioni rilasciate dai veterinari ufficiali dal 2015 ad oggi, hanno riscontrato che i mozzamenti in generale non sono mai basati su prove che ne dimostrino la necessità.

Ed infatti, il taglio viene giustificato con l’affermazione sistematica che “i suini avrebbero problemi legati al loro benessere se non gli venisse tagliata la coda.”

Per quanto riguarda i macelli poi, sembrerebbe che le autorità competenti non monitorino proprio i casi di taglio e lesione della coda, il che non sarebbe in linea con quanto stabilito dall’articolo 5 del Regolamento CE 854/2004. Inoltre, essi non utilizzano alcun sistema di segnalazione né vi sono linee guida per valutare la gravità delle lesioni presenti nella parte posteriore degli animali.

In conclusione quindi, per la Commissione europea le autorità italiane non hanno attuato alcuna azione effettiva per applicare e far rispettare le disposizioni della Direttiva 2008/120/CE atte a prevenire la morsicatura della coda tra i suini e a evitarne il taglio e, in aggiunta, non sembra che vi sia alcuna pressione ufficiale per costringere gli operatori e i veterinari ufficiali ad essere in conformità.

Manca poi all’appello un piano strategico per l’implementazione delle previsioni che aiuterebbero a ridurre la morsicatura della coda e quindi il taglio.

Inoltre, l’uso di dichiarazioni generiche da parte dei veterinari ufficiali, insieme all’assenza di verifiche effettive sull’esistenza di reali condizioni che potrebbero giustificare il taglio delle code, stanno perpetuando il mancato rispetto dei requisiti e delle previsioni normative sul tema.

E’ ovvio che tutto ciò è un’opportunità persa per migliorare il benessere degli animali e per utilizzare i fondi europei nel miglior modo possibile.

In pratica quindi, ciò che traspare dalla relazione della DG è il fatto che in Italia il taglio della coda e, di conseguenza, la violazione della normativa europea sul punto, è una prassi.

E’ evidente che un comportamento di questo tipo da parte delle autorità competenti pone il nostro paese in una posizione molto rischiosa che potrebbe anche portare all’apertura di una procedura d’infrazione.

Alla luce di ciò, la Commissione ha quindi invitato lo Stato italiano a fornire entro 25 giorni dalla ricezione del report una strategia nazionale contenente le azioni intraprese e quelle che si intendono intraprendere (con inclusa la deadline per la loro realizzazione), volte a risolvere questa terribile situazione, in totale violazione con la legge europea.

Il Ministero della Salute ha quindi invitato l’associazione di protezione animale CIWF Italia, da sempre attiva per il benessere degli animali da allevamento, a partecipare ad un tavolo per identificare le migliori pratiche di allevamento e rispettare maggiormente la natura di questi animali, sperando che questa volta le preziose indicazioni di coloro che si battono da anni per i diritti degli animali non restino inascoltate.

 

Avv. Manuela Giacomini