segreteria@contegiacomini.net

Inviaci una mail

+39 010 83 15 280

Chiamaci per una consulenza

Facebook

Search

Occhi americani puntati sul porto di Genova – articolo di Ship2shore a cura del Direttore Responsabile Angelo Scorza

Conte & Giacomini Avvocati > Diritto Marittimo, Portualità e Trasporti  > Occhi americani puntati sul porto di Genova – articolo di Ship2shore a cura del Direttore Responsabile Angelo Scorza

Occhi americani puntati sul porto di Genova – articolo di Ship2shore a cura del Direttore Responsabile Angelo Scorza

foto x sito

Genova – Una riunione plenaria battezzata da Palazzo Tursi ha coronato un anno di studi intensi da parte di accademici statunitensi – reso possibile dalla preziosa e indispensabile collaborazione dei legali italiani che avevano innescato la ‘rivoluzione’ sulle banchine portuali di inizio anni ’90 – sul porto di Genova, legittimamente individuato come ‘caso studio’ lampante dell’influenza di forte impatto del diritto europeo sulla normativa domestica, fino ad allora prevalente.

Con l’ospitalità del Comune di Genova – nella circostanza rappresentato dall’Assessore al Marketing e Cultura Elisa Serafini e dal Consigliere Delegato al Porto Francesco Maresca (assente per motivi di servizio il Sindaco Marco Bucci che pure, forte della lunga esperienza professionale negli USA, aveva caldeggiato l’incontro) – e alla presenza degli attori principali di questa bella storia (che rimette sulla mappa mondiale la Lanterna), sia nella veste di autori che in quella di referenti, consulenti e testimoni dei fatti occorsi all’epoca, l’evento è andato letteralmente ‘in onda’, visto il collegamento in videoconferenza allacciato con la prestigiosa Princeton University.

Decisamente stimolante e lusinghiero il fatto che una facoltà di risonanza mondiale come quella del New Jersey abbia identificato un esemplare paradigma dell’europeizzazione del diritto nazionale derivato dalla legiferazione in sede CEE prima e UE poi proprio nella tormentata vicenda che, a cavallo tra fine anni ’80 e inizio anni’90, ha letteralmente ‘liberato’ lo scalo più importante d’Italia – fino ad allora ostaggio (ma in parte compiacente, quasi come per una singolare applicazione collettiva della famosa ‘sindrome di Stoccolma’) – dal sequestro cui soggiaceva ad opera dei famosi ‘camalli’, veri signori indiscussi delle banchine, legittimati a spadroneggiare da un grigio normativo.

E col mirabile risultato di avere contribuito a fare sprofondare lo scalo – per sua parte pure colpevole di non essere capace a cogliere i segni dell’evoluzione degli schemi organizzativi attraverso cui si muovono i flussi commerciali internazionali – in quel baratro di traffici (non a caso gli studiosi statunitensi parlano di una sentenza che ha salvato il porto di Genova dalla bancarotta) da cui solo con grande fatica seppe risollevarsi, avviando una faticosa rincorsa al recupero di competitività a partire dalla fine del secolo scorso.

Emblematico il momento storico spesso citato dall’allora Commissario del CAP Fabio Capocaccia, uso ricordare quando a Capodanno del 1984 per una volta non si udì nessuna sirena di nave suonare per celebrare la nascita del nuovo anno semplicemente perché non c’era più un singolo vascello ormeggiato sulle banchine genovesi.

È infatti noto che nella loro consapevole ignoranza di storia e geografia europea, giustificata con la gioventù della propria nazione, i cittadini a stelle e strisce raramente abbiano la nozione circa una città nella loro cultura ben poco rappresentativa quale Genova, molto più facilmente identificata dai pochi che ne conoscono l’esistenza quale ‘the town close to Portofino’. Sulla scorta di tali considerazioni, a maggior ragione è doppiamente da rimarcare la soddisfazione per l’improvvisa notorietà genovese derivante da una pubblicazione scientifica che certo farà giurisprudenza in America e probabilmente anche nel resto del mondo, data la visibilità di Princeton a livello globale.

Sono, quelli occorsi oltre un quarto di secolo fa, eventi che nessun operatore del settore marittimo e portuale, non solo genovese (la Superba è sempre stata un laboratorio di soluzioni sperimentali poi estese al territorio nazionale), non può fare a meno di rammentare come l’autentica fase di rivoluzione (o forse sarebbe meglio dire della restaurazione) del lavoro in banchina.

Solo grazie alla conclusione positiva di un lungo e talvolta anche violento periodo di negoziazione, che aveva interessato non solo le dirette controparti ma anche le parti sociali, le istituzioni e persino la Chiesa – essendo i fatti, come anche rimarcato dagli astanti al briefing genovese, un fenomeno di valenza non solo logicamente giuridica ed evidentemente anche economica ma pure di fortissima connotazione sociale, interessando i lavoratori della Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie (CULMV) ma anche quelli di tutte le imprese private che ruotano intorno al settore, e le rispettive famiglie – riuscirono a giungere al termine di un percorso che consentì poco dopo il varo tanto atteso dell’agognata riforma portuale del 1994 (ora rimpiazzata da una sua riforma).

E se anche i luminari della Facoltà di Giurisprudenza americana hanno – forse bonariamente e diplomaticamente – etichettato come ‘Quiet Revolution’ la vicenda genovese che appassionò le cronache cittadine per almeno un combattuto triennio, non c’è ombra di dubbio che all’epoca si verificarono momenti di forti tensioni sulle banchine, quasi a scomodare (ma per fortuna alla fine scongiurando tale tragica evenienza) i sanguinosi fatti del 1960, quando a Genova furono proprio i lavoratori portuali a condurre, a fianco di sindacati e partigiani, ostilità fisiche contro le forze dell’ordine del Governo Tambroni, lasciando sul terreno di battaglia pure dei feriti tra gli antifascisti.

A porre fine a una interminabile stagione di vessazioni e sopraffazioni sull’impresa privata, tra scioperi, ricatti, braccia incrociate, assenze ingiustificate e sovraccosti senza ragione, bellamente e arrogantemente condotte sotto la falsa bandiera rossa della libertà del lavoratore portuale e del rispetto e tutela della sua salute e sicurezza, fu una straordinariamente geniale invenzione di un giurista genovese, che fino ad allora non aveva avuto alcuna ragione di mettersi a studiare le questioni portuali.

L’avvocato Giuseppe Giacomini, contitolare dello Studio Conte & Giacomini Avvocati, professionista che era nei suoi 40anni all’epoca, a cui il cliente (una acciaieria friuliana) sottopose per la prima volta la spinosa questione di come riuscire ad affrancarsi dall’essere prigioniero delle autentiche ‘estorsioni legalizzate’ subite senza soluzione di continuità – come d’altronde tutti i caricatori che avessero la sventura di vedere le proprie merci dover transitare dal primo porto italiano – ebbe la brillante intuizione di portare lo ‘scontro’ giuridico su un terreno internazionale, avvalendosi delle norme sulla libera concorrenza che erano il vessillo del Trattato di Roma del 1957.

In particolare la trovata vincente fu quella di citare in giudizio non tanto la CULMV, saldamente arroccata su alcuni capisaldi di usi di legge più difficili da smontare, ma il CAP Consorzio Autonomo del Porto, il ‘papà’ della successiva Autorità Portuale (che sarebbe nata di lì a poco), e la sua società operativa Merci Convenzionali Porto di Genova Spa, quella sì decisamente imputabile di alcune negligenze e dunque attaccabile lecitamente.

Sarà forse per una curiosa ma simpatica coincidenza, ma proprio il 1992 – anno in cui il processo di svolta della materia portuale così profondamente revisionata giungeva a conclusione e i rapporti di equilibrio tra attori delle attività in porto venivano stabilizzati e sedimentati (nascono proprio di lì le prime concessioni rilasciate a imprese portuali private che formalmente assumeranno una configurazione giuridica riconosciuta nella veste di ‘terminal operator’ solo con la successiva legge n. 84 del 1994) – segna due momenti salienti.

Quello è proprio l’anno della costituzione, secondo l’attuale struttura organizzativa, dello Studio Conte & Giacomini Avvocati, ma soprattutto è l’anno delle famose Celebrazioni Colombiane a Genova, a ricordare il Cinquecentario della Scoperta dell’America da parte del genovesissimo (e speriamo una volta per tutte che nessuno metta più in dubbio la sua autentica cittadinanza) Cristoforo Colombo; anche questo, malgrado le tante inefficienze e pecche che furono poi ravvisate nella macchina organizzativa delle ‘Colombiadi’, un simbolico momento dei primi vagiti di rinascita mossi dalla Superba, ad anelare a riprendersi un’eredità di leader storico-economico-culturale propria di quei secoli d’oro nella storia genovese, che passando dal doloroso ma tutto sommato utile momento di accelerazione del ‘restauro’ architettonico urbano sublimato nel G8 del 2001 hanno portato la città ligure a riprendersi almeno in parte quel blasone che le spetta di diritto.

Da allora, il legale genovese ha logicamente preso grande dimestichezza con la materia del libero esercizio delle attività negli scali marittimi; tanto che sempre negli anni’90 il suo studio divenne la fucina di mirabili tesi giuridiche finalizzate a scardinare, e con successo finale, altri storici monopoli portuali, come nel caso di quello sull’obbligatorietà (coi relativi sostanziosi oneri) di alcuni dei servizi tecnico nautici, fino ad innescare la famosa sentenza Corsica Ferries del 1998 che pure fece da capostipite in quel particolare segmento delle attività marittimo portuali.

Proprio Giacomini è stato il ‘moderatore’ di un intrigante dibattito che ha visto, fra gli altri, presenziare il Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, Paolo Emilio Signorini, il quale ha ricordato come la sentenza del 1991 sul caso di specie fosse molto più avanti non solo dei tempi ma persino di oggi sotto certi aspetti innovativi; il docente universitario ed economista dei trasporti Prof. Enrico Musso, direttore del CIELI Centro Italiano di Eccellenza sulla Logistica e Infrastrutture, appassionato studioso di materie trasportistiche inserite in un contesto più ampio, che ha inquadrato i fatti nella cornice dell’imperante liberismo economico avviato in Europa e nel mondo dall’ascesa ai poteri esecutivi di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher nel Regno Unito, apripista del successivo sviluppo socio economico mondiale; il giornalista del Secolo XIX, Giorgio Carozzi, dotato di una penna unica, autentico ‘cantore’, coi suoi suggestivi articoli, delle gesta che caratterizzano l’epopea della conflittualità sulle banchine, vedendo schierati da un lato il Console della CULMV per antonomasia Paride Batini, e dall’altro tutta l’imprenditoria marittimo portuale genovese, con in mezzo persino l’intervento – secondo alcuni decisivo – del Cardinale Giuseppe Siri, mediatore d’eccezione.

 

Angelo Scorza

 

 

I luminari americani sulle tracce dei camalli di Batini: l’abdicazione dei poteri al cospetto UE

 

“Nell’ottobre 2016 il nostro studio era stato ufficialmente contattato dalla prestigiosa Princeton University, primaria Università nord-americana che aveva deciso di finanziare (con fondi propri e del Governo Federale, tramite la National Science Foundation) una approfondita ricerca sulle origini  dell’applicazione in Italia (oltre che in Francia e Germania) del diritto UE da parte degli operatori giuridici (avvocati e giudici). Tutto ciò con attenzione non solo ai profili strettamente legali ma anche al contesto sociale, culturale, economico e politico nel cui ambito trovavano applicazione” racconta Giuseppe Giacomini. “Ci veniva detto che il nostro studio era stato individuato come uno dei primi (cronologicamente) e principali attori in questa materia e ci veniva chiesta la disponibilità a collaborare con un loro giovane Professore italo-americano,Tommaso Pavone, che sarebbe giunto in Italia, ove si sarebbe trattenuto alcuni mesi per sviluppare la ricerca sul campo. Pavone ci forniva un primissimo draft del lavoro dal quale emergeva la centralità assoluta di Genova nell’applicazione del diritto UE (grazie anche al lavoro del nostro studio, precursore in questa materia fin dai primi anni ‘80).

A ottobre 2017 il Prof Pavone ci ha inviato il draft della parte del lavoro che riguarda proprio Genova e lo study case “Porto di Genova”, storica sentenza resa il 10 dicembre 1991 dalla Corte UE(C-179/90), su rinvio pregiudiziale interpretativo del Tribunale di Genova  in causa da noi promossa e patrocinata, che portò alla abolizione del monopolio dei camalli nel lavoro portuale e alla prima legge portuale recentemente aggiornata. Il lavoro, nel contestualizzare le fasi preparatorie e successive alla sentenza della Corte UE, approfondisce il ruolo della nostra città e della sua pubblica opinione per la capacità di metabolizzare un evento allora davvero straordinario e di portata nazionale ed europea, aprendo la strada a quella che viene definita una “Quiet Revolution through law”.  Il lavoro complessivo verrà presentato a Princeton a fine 2018”.

A  gennaio 2018 Pavone è giunto nuovamente in Italia per completare la sua  ricerca sul campo, in compagnia della Prof.ssa Kim Lane Scheppele del Program  of Law&Public Affairs di Princeton. Questa è stata l’occasione per organizzare un evento che, presso il Comune di Genova, vede partecipi l’Amministrazione Municipale e l’Università,  collegate in videoconferenza con Princeton (Prof. Paul Frymer, Direttore del Program of Law and Public Affairs), per approfondire le ragioni del ruolo innovativo che la città seppe positivamente cogliere e promuovere nei primi anni ’90 grazie al diritto europeo. Capacità e ruolo innovativo che sembrava  scomparso e che oggi  appare  aver ritrovato impulso vitale e visione strategica.

“In tale ambito, con riferimento all’Italia, è stato attentamente valutato il ruolo degli avvocati e dei giudici” prosegue l’avvocato genovese, il quale si dichiara onorato che l’Università di Princeton abbia colto la centralità di Genova. “Questa ricerca ha permesso di accertare che una delle città italiane più attive nel promuovere l’applicazione del diritto europeo è Genova e che il caso storicamente più esemplare è stato quello noto come “Porto di Genova” che si era concluso con la fondamentale sentenza del 10 dicembre 1991 della Corte di Giustizia europea la quale aveva sancito la disapplicazione degli articoli 110 e 111 del Codice della navigazione conducendo all’abrogazione del monopolio del lavoro nei porti a beneficio delle compagnie portuali.

Da questa sentenza aveva poi tratto origine la prima legge italiana sulla portualità, solo recentemente modificata. Il rinvio pregiudiziale in Corte di Giustizia da parte del Tribunale di Genova era stato formalmente richiesto dal nostro Studio che aveva anche seguito il giudizio incidentale, nella fase scritta e orale, svoltosi davanti alla Corte di Giustizia europea” conclude, soddisfatto, Giacomini.

A.S.

I passaggi più significativi della ricerca, una cronaca ‘rossa’ genovese letta con accento USA

 

Si intitola “Unmasking the ‘Quiet’ Revolution: or, when EU Law meets local knowledge” il saggio edito dal Prof.Tommaso Pavone – Department of Politics, Princeton University, da cui estrapoliamo alcuni passaggi molto significativi, volutamente lasciati in lingua originale.

La pubblicazione in effetti è una fedele cronaca di fatti e interpretazioni dell’epoca, quasi come se fosse una mera traduzione dall’italiano all’inglese, e non un originale lavoro di ricerca svolto nel 2017, proprio a sottolineare l’assoluta fedeltà dei contenuti a quanto occorso.

“The conventional wisdom is that the European Union (EU) has generally succeeded in regulating globalization and furthering  political integration through law  because the technocratic mask of EU law and the  quiet collaborations of national courts and the European Court of Justice (ECJ) avoided sparking contentious politics. But increasingly, EU law is invoked by actors on the ground to tackle socially caustic local problems that are politically intractable, contentiously entangling the technocratic logics of EU law with the cultural-historic logics local knowledge. In this chapter, I argue that where pre-existing diffuse support for Europeanization exists, the contentious politicization of EU law actually serves as a  permissive condition for Europeanist lawyers to manipulate the sequence of events, produce EU legal knowledge, frame it as socially beneficial, and Europeanize local practices. Yet in the absence of Eurolawyers and diffuse support, EU law risks being poorly understood and interpreted as a harmful invasion by powerful Eurocrats scornful of local tradition and everyday citizens.

To evaluate this thesis, I conduct a case study of an explosive controversy in Italy that implicated EU law and generated preliminary references to the ECJ: The 1991 Port of Genoa case,  where EU law was perceived as rescuing Italy’s largest port from bankruptcy”.

Un nuovo articolo redatto da Pavone sulla base delle sue ricerche reca un altro eloquente titolo: “From Marx to Market: Lawyers, European Law, and the contentious transformation of the Port of Genoa”.

“In normal times, Paride Batini was not a fan of talking to journalists. But 1992 was not a normal year for the port city of Genoa, so Batini took to the press to issue a threat. The port appears headed towards an ever-more inevitable clash whose seriousness is without precedent, the charismatic leader of the city’s dock workers union somberly declared. “We want to avoid the clash. But if forced, we will defend ourselves, in concrete form”.

Indeed, Batini’s pugnaciousness betrayed newfound vulnerability: just a few months earlier, national law recognizing his union’s labor monopoly had sustained a fatal attack.

Tensions rose, fanning that hot summer of 1992 and resurrecting memories of past contentious politics. Politicians volunteered themselves as brokers and peacekeepers: “I’m here to not only try to ensure the clash doesn’t escalate, but that it attenuates and disappears” remarked Giancarlo Tesini, a Christian Democratic Transport Minister. And prominent national news-papers began to openly speak of a war that threatened to bring Genoa to its knees”.

Afferma ancora lo studioso italo-(di nascita)americano(di cittadinanza): “l’articolo inizia definendo l’approccio sociologico vis-a-vis la prassi del diritto Europeo, sottolineando l’importanza di analizzare l’intrecciamento tra economia locale, avvocatura, e magistratura. In questo ambito vengono condivise alcune conclusioni preliminari di un progetto di ricerca in corso sull’utilizzo del rinvio pregiudiziale in Italia, finanziata dalla National Science Foundation del governo degli Stati Uniti. Integrando dati sia quantitativi – i quali comprendono tutti i rinvii pregiudiziali Italiani dal 1964 al 2013 – che dati qualitativi – tratti da oltre 180 interviste con avvocati e magistrati – viene sottolineato il condizionamento importante (ma non deterministico) dell’economia locale sulla penetrazione del diritto Europeo nel contenzioso, ed il ruolo trainante dell’avvocato Europeista, soprattutto nel passato, nel sottolineare l’applicabilità delle norme europee (e nel sollecitare l’utilizzo del rinvio pregiudiziale) sia nei confronti del cliente che nelle sue interazioni con i magistrati. Per illustrare queste conclusioni generali attraverso un caso concreto, l’articolo conclude svolgendo un’analisi del più importante rinvio genovese dal punto di vista sociologico – la causa C-179/90, nota come “Porto di Genova.”

“1992 was always supposed to be Genoa’s new beginning. But it was not supposed to happen contentiously via EU law – it was supposed to happen festively via Christopher Columbus.

The timing could not have been better: the year coincided with Columbus’ 500th anniversary, and the city was hosting the World Expo. For the occasion, a massive urban renewal project was commissioned. Renzo Piano – the city’s most famous architect – was tasked with rebuilding the abandoned warehouses on the old port’s docks and constructing Europe’s largest aquarium, with the goal of drawing tourists to the Expo’s Columbus-themed heaps of coal and steel, gigantic ships, and internal highways and railways spanning from the city’s medieval lighthouse, the Lanterna, westward to the town of Voltri.

And it was in this setting that, while Expo festivities unfolded in the old port, a clash between the liberalizing logics of EU competition law and and the monopolistic logics of local labor politics ensued. This eventful temporality began with a reference to the ECJ – known as “Port of Genoa” – pioneered by two Eurolawyers. It then devolved into a year-long season of contentious politics and bargaining. But once tensions eased, the struggle over dock work transformed the regulation of all Italian ports, Europeanized local legal practice, and reconfigured socialrelations in Genoa in a way no Expo or aquarium could. After 1992, no attentive citizen or Genoese lawyer worth his salt could doubt the existence of EU law or its transformative social potential. The result was a vigorous dialogue between local judges and ECJ judges that lasted over a decade and whose frequency remains unmatched across all Italian cities”.

 

Articolo di Ship2shore a cura del Direttore Responsabile Angelo Scorza.

http://www.ship2shore.it/it/shipping/occhi-americani-puntati-sul-porto-di-genova_66442.htm