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L’emergenza nell’emergenza: violenze domestiche ai tempi del Covid-19

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L’emergenza nell’emergenza: violenze domestiche ai tempi del Covid-19

Tutti conosciamo bene le regole a cui dobbiamo attenerci per cercare di contenere la diffusione della pandemia causata dal virus COVID-19. La prima e più importante tra queste è, sicuramente, quella di restare a casa, luogo che – tradizionalmente – è sinonimo di sicurezza e rifugio per noi e per le nostre famiglie, specialmente in tempi di stress e incertezza.
Purtroppo, però, non per tutti è così.
Per molte persone, infatti, coabitazione forzata significa rimanere costretti in situazioni familiari difficili, conflittuali o pericolose. Purtroppo, l’attuale emergenza sanitaria rischia di creare gravissimi “effetti collaterali”, tra i quali l’aumento esponenziale di episodi di violenza domestica in quanto le vittime rimangono chiuse in casa con il loro partner maltrattante, spesso in una situazione di forte stress economico ed emotivo, rendendo inevitabilmente più difficile la possibilità di chiedere ed accedere ad un aiuto fuori dalle mura domestiche.
In Cina, nella provincia dell’Hubei, secondo un’organizzazione non governativa cinese che lavora con le donne, dall’inizio della quarantena gli episodi di abusi domestici sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Per renderci conto dell’ampiezza di tale fenomeno e di come potrebbe aggravarsi con l’imposizione prolungata dell’isolamento domestico, si riportano di seguito alcuni dati. Secondo l’ISTAT il 13,6% delle donne (pari a 2 milioni e 800 mila) ha subito violenze da partner o ex partner e nel 2019 l’81% dei femminicidi è avvenuto all’interno della famiglia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2017, ha dichiarato come la violenza domestica riguardi ben il 35% della popolazione femminile mondiale.
Tuttavia, anche ai tempi del Coronavirus, la lotta contro la violenza domestica trova nuovi modi per non fermarsi.
Malgrado le rigorose – ma necessarie – misure introdotte dal Governo contro il contagio abbiano inciso sull’operatività fisica di numerosi Centri Anti Violenza (strutture destinate ad offrire assistenza e consulenza psicologica e legale nonché aiuto nella ricerca di disponibilità nelle c.d. Case Rifugio durante il percorso di uscita dalla violenza) poiché è quasi impossibile reperire gli strumenti di protezione essenziali per gli operatori (ad esempio, le ormai “introvabili” mascherine, guanti etc.) e trovare spazi adeguati per garantire le distanze di sicurezza sociale, si segnala che è ripartita alcuni giorni fa la campagna social e televisiva “#LiberaPuoi” per promuovere il numero nazionale gratuito “1522” sempre operativo 24 h su 24, attivato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità per offrire aiuto e consigli alle vittime di violenza e stalking.
Inoltre, è anche possibile scaricare l’applicazione gratuita del “1522” per poter messaggiare e comunicare in silenzio con le operatrici, minimizzando il rischio di essere sentite dal proprio convivente.
In ogni caso, sul sito dell’associazione nazionale D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che raccoglie più di ottanta Centri Antiviolenza, è possibile reperire l’elenco dei Centri presenti sul territorio nazionale, con i relativi numeri di telefono e le misure adottate per aiutare le donne durante l’attuale emergenza sanitaria.
Inoltre, l’applicazione “YouPol”, ideata per interagire con la Polizia di Stato e contrastare il bullismo e lo spaccio di sostanze stupefacenti, è stata aggiornata per garantire e facilitare l’intervento della Polizia a tutti i cittadini che non escono di casa per rispettare le misure introdotte per contrastare la diffusione del Coronavirus. Ed infatti, con tale applicazione, è possibile segnalare episodi di violenza domestica e trasmettere in tempo reale messaggi ed immagini, nonché chiamare direttamente il numero di emergenza unico (112). Tali segnalazioni vengono immediatamente geolocalizzate per garantire un aiuto concreto e preciso.
Occorre, tuttavia, continuare a garantire alle donne l’accoglienza presso i Centri Antiviolenza e le Case Rifugio, qualora decidessero di fuggire dal nucleo familiare. A tal proposito, in data 21 marzo 2020, il Ministero dell’Interno, su sollecitazione del Ministro per le Pari Opportunità, ha emesso una circolare indirizzata ai Prefetti recante il seguente oggetto: “Polmonite da nuovo Coronavirus (COVID-19). L’accoglienza delle donne vittime di violenza”. In tale circolare, il Ministro ha invitato i Prefetti, con il coinvolgimento dei Sindaci e degli enti che operano in tali settori, a reperire sistemazioni alloggiative ulteriori per ospitare le donne nel periodo di isolamento di quattordici giorni (tempo massimo di incubazione del virus) prima di essere accolte nelle Case Rifugio insieme alle altre vittime per scongiurare qualsiasi tipo di contagio. Il Ministro per le Pari Opportunità Elena Bonetti ha, altresì, segnalato che i relativi oneri potrebbero essere sostenuti dal Dipartimento per le Pari opportunità mediante l’utilizzo di risorse già in bilancio. I Prefetti possono fare, altresì, ricorso, come previsto dal Decreto del 17/3/2020, alla requisizione di strutture alberghiere idonee per ospitare le persone in sorveglianza sanitaria.
Per quanto riguarda la realtà genovese, recentemente ho avuto il piacere di fare una chiacchierata telefonica con due operatrici del “Centro per non subire violenza” (che ha sede a Genova, in Via Cairoli 14/7 e a Recco, in Via Ippolito D’Aste 2) per avere alcune risposte su cosa possono fare le donne genovesi in questo periodo.
Nel corso della telefonata le operatrici mi hanno confermato un dato molto preoccupante: le donne chiuse in casa non chiedono aiuto perché non sono mai sole. Nelle ultime due settimane hanno ricevuto solo due telefonate mentre prima dell’emergenza ricevevano due/tre chiamate al giorno nonostante il Centro sia sempre attivo e reperibile 24 h su 24 ai seguenti numeri di cellulare: 3939712414 (Genova) – 3346030961 (Recco), sia tramite telefonata diretta, sia tramite l’invio di SMS. Mi hanno, inoltre, riferito che il primo contatto telefonico dura solo pochi minuti per consentire alla donna di contattare il Centro non appena riesce a stare un attimo da sola, ad esempio, con la scusa di uscire a fare la spesa o per portare fuori il cane.
In questo periodo di emergenza sono comunque attive tutte le iniziative, successive alla prima telefonata di aiuto, che normalmente vengono effettuate di persona, quali la consulenza psicologica e legale (civile e penale). Il Centro ha, inoltre, diffuso brevi spot in sei lingue diverse (italiano, spagnolo, francese, inglese, albanese e arabo) con l’obiettivo di diffondere il loro messaggio: le donne non sono sole e possono sfruttare i pochi momenti di uscita consentiti per contattare il Centro ed essere aiutate e rassicurate.

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