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La diffamazione sui social Network

Conte & Giacomini Avvocati > Diritto Civile ed Internazionale  > La diffamazione sui social Network

La diffamazione sui social Network

The Internet and Social Networks can be an effective breeding ground for potentially libelous statements that lead to defamation suits. In this article we will try to outline how Italian courts are enforcing libel laws in the age of social media and ubiquitous online presence.

Ognuno di noi, aprendo la propria pagina Facebook, Instagram o Twitter, avrà letto o addirittura sarà stato vittima di post o commenti offensivi e denigratori: ebbene, nonostante, nell’era dei Social Network, sia possibile condividere foto e pensieri praticamente in “tempo reale”, ciò non significa che tale libertà sia illimitata e possa trascendere da qualsiasi regola di buon senso.

Infatti, qualora tali regole non siano rispettate, si pone il problema della liceità delle affermazioni rese e della possibile configurazione del reato di diffamazione aggravata previsto e punito dall’art. 595 c. 3 c.p., caso di cui anche il nostro Studio si è recentemente occupato.

Ma analizziamo meglio in quali casi si potrebbe configurare tale reato.

Innanzitutto, il codice penale definisce la “diffamazione” come il comportamento di chi “comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”. La ratio di tale reato, quindi, trova il proprio fondamento nella necessità di garantire la reputazione dell’individuo, ovvero l’onore, intesa come considerazione che il mondo esterno ha del soggetto stesso.  A tal proposito, per contemperare il diritto all’onore con la libertà d’espressione, garantita dall’art. 21 della Costituzione, la Giurisprudenza ha individuato i seguenti limiti: la veridicità della ricostruzione fattuale della vicenda, la continenza espositiva e l’interesse pubblico per i fatti raccontati o criticati.

Ma vi è di più. La diffamazione è aggravata “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. I Social Network sono strumenti idonei, per loro natura, a trasmettere dati e notizie in brevissimo tempo ad un elevato numero di persone mediante un semplice accesso alla piattaforma virtuale. Pertanto, alla luce di quanto sopra, si può ritenere che la pubblicazione, sul proprio profilo Facebook, di un messaggio lesivo dell’onore altrui possa rientrare in tale aggravante. Infatti, secondo l’orientamento prevalente della Suprema Corte di Cassazione, la pubblicazione su Facebook di un messaggio denigratorio risulta aggravata in quanto commessa “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, non potendo i nuovi mezzi informatici e telematici, essere ricompresi nel concetto di “stampa”.

Per quanto riguarda i commenti pubblicati sotto post altrui, o comunque conversazioni offensive su pagine Facebook di terzi, l’orientamento prevalente della Suprema Corte è più restrittivo e ritiene che occorra analizzare la concreta portata diffamatoria del singolo commento. Infatti, per la Corte, condividere indirettamente le ostilità di terzi, senza tuttavia utilizzare espressioni dall’intrinseca portata offensiva, non costituisce un reato.

Inoltre, qualora nel commento si attribuisca alla persona offesa un fatto determinato, si incorre in un’ulteriore aggravante, prevista dall’art. 595 c.2 c.p.

Pertanto,  affinché si configuri una diffamazione a mezzo Facebook è necessario che:

  • Il nome della vittima sia facilmente individuabile dalla collettività, seppur non esplicitato (Cass. pen. n. 5175/2018);
  • Il messaggio abbia la capacità di raggiungere in breve tempo un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone (v. Cass. pen. Sez. I del 2/12/2016 n. 50/2017);
  • Vi sia la coscienza e la volontà di usare espressioni oggettivamente idonee a recare offesa al decoro, all’onore e reputazione del soggetto passivo.

 

Elodie Morinoe.morino@contegiacomini.net